Tra i dossier nell’agenda del nuovo governo, quello dell’energia occupa sicuramente un posto rilevante ed uno dei capitoli più delicati riguarda proprio il costo della elettricità che ci colloca notoriamente sopra la media dei paesi sviluppati con inevitabili ricadute sulla competitività delle imprese e sui bilanci familiari.
Un tema del genere presuppone tuttavia un’operazione di trasparenza che permetta a tutti, e non solo agli addetti ai lavori, di valutare i termini della questione, sgombrando il campo da equivoci e da letture più o meno distorte. Basterebbe ricordare in questo senso le recenti accuse contro gli incentivi alle rinnovabili visti come maggiori responsabili del caro bolletta, trascurando però di aggiungere come, grazie allo stratagemma delle fonti cosiddette “assimilate” di cui al provvedimento CIP n. 6 del 1992, il grosso degli incentivi fosse già da anni andato a vantaggio delle aziende petrolifere e dei termovalorizzatori di rifiuti.
In realtà, più di una ragione dell’elevato costo dell’energia si annida proprio all’interno del complicato meccanismo con cui si formano i prezzi in un contesto ormai liberalizzato. Sul costo del kilowattora, la componente energia pesa mediamente per il 63%, ed è l’unica che risponde a logiche di mercato. Il restante 37% è costituito da spese fisse comprendenti le tariffe di trasporto e distribuzione, l’IVA, le imposte di consumo, per finire con i cosiddetti oneri di sistema. Per intenderci, il finanziamento delle fonti rinnovabili, comprese le “assimilate”, contribuisce per circa il 4% al costo finale.
Domanda e offerta si incontrano nella borsa elettrica, la piattaforma informatica dove si scambia il grosso dell’energia acquistata in Italia. Qui si forma il prezzo unico nazionale, PUN, calcolato come media ponderata dei prezzi zonali. Tuttavia, mentre consumatori e grossisti acquistano ad un prezzo identico in tutto il paese, i produttori vengono invece remunerati secondo il prezzo che si forma in ciascuna delle 6 zone geografiche disegnate in base alle caratteristiche e ai limiti fisici della rete di trasmissione (Nord, Centro Nord, Centro Sud, Sud, Sicilia e Sardegna). Le offerte dei produttori vengono via via accettate in ordine di merito economico, cioè in ordine di prezzo crescente, fino a quando la loro somma come quantità di elettricità arriva a soddisfare completamente la domanda. E qui sta il vero nocciolo della questione perché, avendo adottato il criterio del prezzo marginale (system marginal price), a tutte le offerte viene attribuito il prezzo del kilowattora dell’ultimo offerente accettato per saturare la domanda, cioè quello più alto. Il prezzo viene così determinato dall’impianto meno efficiente, permettendo alle aziende più dinamiche di beneficiare di sovrapprofitti ingiustificati e alle altre di continuare a galleggiare nella loro “aurea mediocritas”.
I dati del bilancio elettrico regionale 2010, recentemente pubblicati da TERNA , ci dicono che le stesse dinamiche valgono anche per il sistema energetico umbro. Si conferma infatti un divario crescente tra potenza installata (implementata dai nuovi impianti da fonti rinnovabili, ed in particolare dal fotovoltaico che ha ormai raggiunto i 300 megawatt di capacità) ed energia prodotta, a tal punto che il deficit fra produzione e consumo è passato dal 28,1% del 2009 al 33,2% del 2010. Qualche preoccupazione desta il fatto che, mentre le centrali idroelettriche, pur necessariamente condizionate dall’imprevedibile andamento delle precipitazioni atmosferiche, hanno funzionato per oltre 4000 ore, generando 2081 gigawattora nell’anno con 502,8 megawatt di potenza installata, quelle termoelettriche, che sarebbero in grado di marciare tranquillamente oltre le 7000 ore l’anno, si sono fermate poco sopra le 2000, producendo 1781 gigawattora da una potenza disponibile di 851 megawatt. Sull’ anomalia, che da noi risulta più marcata rispetto alla media del termoelettrico nazionale in esercizio per 2980 ore nel 2010, influisce anche l’ eccesso di capacità produttiva che deprime ulteriormente l’utilizzo degli impianti, se è vero che abbiamo in Italia più di 100.000 megawatt di potenza installata a fronte di un picco di utilizzo che nella punta estiva non supera i 57.000. Va infine considerata la spinta proveniente dalle stesse fonti rinnovabili le quali, godendo per legge della priorità di accesso alla rete, possono più facilmente collocare l’energia sul mercato rispetto magari ai pur moderni impianti termoelettrici a ciclo combinato a metano che scontano, tra l’altro, un costo del combustibile segnato dalla persistente posizione, più che dominante, rappresentata dal gruppo del cane a sei zampe.
In definitiva, la difficile partita dei costi energetici va giocata a tutto campo, con una visione complessiva dei problemi e delle dinamiche interne dei fenomeni che miri a colpire i veri obiettivi, partendo da quelli più alla nostra portata come il superamento delle distorsioni, anche territoriali, del sistema elettrico, senza prendercela una volta con le fonti rinnovabili, un’altra volta con gli sceicchi dei paesi arabi o magari inseguendo i falsi miraggi del nucleare a basso costo.
Pierluigi Manna